CEO branding: intervista a Miriam Gualini - Amministratrice Delegata di Gualini Lamiere International S.p.A.

Quella che segue è l’intervista che Chiara Chiussi, neodottoressa che ho seguito nel suo percorso di tesi, ha realizzato con la dottoressa Miriam Gualini, Amministratrice Delegata di Gualini Lamiere International S.p.A.

Si tratta di una conversazione particolarmente interessante, ricca di spunti che condivido pienamente, a partire dalla centralità delle persone nella comunicazione aziendale.

Proprio per questo mi sembrava un peccato lasciarla confinata all’interno di una tesi di laurea: da qui la scelta di ospitarla sul mio sito, ringraziando entrambe per la disponibilità.

Buona lettura!

Che cosa significa, per Lei, gestire il Suo personal branding in qualità di Amministratrice Delegata? Quanto lo considera strategico e quanto ritiene che incida sulla reputazione dell’azienda che dirige?

Per me il personal branding, in qualità di Amministratrice Delegata, non è un esercizio di visibilità individuale, ma una leva di leadership e di responsabilità. Significa rendere leggibili all’esterno i valori, le priorità e la cultura dell’impresa che rappresento, costruendo un rapporto di fiducia basato sulla coerenza tra ciò che si comunica e ciò che si fa.

Ho scelto consapevolmente di utilizzare il mio profilo LinkedIn personale, e non la pagina aziendale, perché credo che oggi le persone seguano le persone, non le ragioni sociali. La relazione di fiducia nasce più facilmente quando esiste un volto riconoscibile, una voce autentica e una presenza coerente. Essere visibile comporta inevitabilmente un’esposizione, ma per me è una questione di coerenza: ciò che scrivo pubblicamente riflette ciò che penso e ciò che cerco di praticare ogni giorno nella mia attività professionale.

Le motivazioni che mi hanno portata a investire nel mio personal branding sono principalmente tre.

La prima è aumentare la brand awareness dell’azienda e attrarre talenti. Questo obiettivo si è concretamente realizzato: oggi l’azienda è più conosciuta e riconosciuta rispetto al passato e riceviamo candidature spontanee da persone che dichiarano di riconoscersi nei valori che condivido online. LinkedIn si è rivelato uno strumento di employer branding estremamente efficace.

La seconda motivazione è contribuire ad abbattere alcuni stereotipi ancora diffusi sulle PMI, spesso percepite come contesti opachi, poco meritocratici o poco attenti alle persone. La mia esperienza racconta una realtà diversa: le PMI possono essere luoghi di crescita, responsabilità, innovazione e attenzione concreta alle persone. Raccontarlo pubblicamente è, a mio avviso, anche una forma di responsabilità culturale verso il sistema economico.

La terza ragione riguarda il desiderio di offrire un modello positivo alle donne, in particolare alle più giovani. Attraverso la mia testimonianza voglio trasmettere fiducia e dimostrare che è possibile superare il cosiddetto “soffitto di cristallo”. Non come eccezione, ma come possibilità concreta. Se la mia esposizione può contribuire anche solo in parte a rafforzare l’autostima e l’ambizione di altre donne, allora assume un valore che va oltre la comunicazione.

Per queste ragioni considero il personal branding una dimensione strategica del mio ruolo: non separata dalla gestione d’impresa, ma parte integrante della reputazione complessiva dell’organizzazione.


Quali confini si dà tra dimensione personale e rappresentanza istituzionale? Con quali criteri decide che cosa rendere pubblico e su quali canali o formati?

Ho scelto consapevolmente di essere presente solo su LinkedIn perché lo considero l’unico canale realmente coerente con il mio ruolo di Amministratrice Delegata di un’azienda manifatturiera. È uno spazio professionale in cui è possibile costruire dialogo, approfondimento e credibilità, evitando la dispersione e la superficialità che caratterizzano altri contesti digitali.

Per quanto riguarda i ruoli istituzionali che ricopro, intervengo pubblicamente in modo selettivo. Pubblico raramente e solo quando ritengo che ciò che desidero condividere possa generare un impatto significativo per le persone che mi seguono: uno spunto di riflessione, un messaggio di valore, un contributo utile al dibattito. Questo approccio mi consente di preservare il senso e il peso della parola pubblica, evitando una comunicazione automatica o autoreferenziale.

Parallelamente, lascio alle pagine istituzionali delle organizzazioni il compito di raccontare le attività, i progetti e le iniziative in modo strutturato e continuativo. Ritengo infatti importante distinguere tra la voce personale del leader — fatta di visione, responsabilità e posizionamento culturale — e la comunicazione ufficiale delle istituzioni e delle organizzazioni che rappresento.

Questa scelta mi permette di mantenere una linea di comunicazione coerente, credibile e sostenibile nel tempo, tutelando sia l’autenticità della mia presenza personale sia la correttezza del ruolo istituzionale.


In base alla Sua esperienza, ritiene che la ridotta presenza di profili femminili al vertice sui social media dipenda prevalentemente da condizioni strutturali (accesso ai ruoli, legittimazione, aspettative) oppure anche da differenze nelle scelte comunicative (propensione all’esposizione, rischio percepito)?

Credo che il divario nella visibilità delle donne nei ruoli di vertice derivi sia da fattori strutturali sia da dinamiche culturali ancora molto presenti. È vero che le donne sono ancora meno numerose nei ruoli apicali, ma è anche vero che molte professioniste, pur molto competenti, fanno più fatica a esporsi, a raccontarsi e a riconoscere il valore della propria voce nello spazio pubblico.

Nella mia esperienza personale, essere una donna in una posizione di leadership significa ancora oggi muoversi dentro aspettative spesso contraddittorie: se sei determinata vieni percepita come “troppo dura”, se sei empatica rischi di non essere considerata abbastanza autorevole. Questo doppio standard rende la comunicazione pubblica più delicata e, talvolta, più faticosa rispetto a quanto accade per molti colleghi uomini.

C’è anche un aspetto che ritengo importante affrontare con onestà. Talvolta siamo noi stesse, come donne, a rischiare di indebolire la nostra credibilità quando utilizziamo i social privilegiando soprattutto l’immagine estetica e meno il contenuto. La comunicazione è uno strumento potente, ma porta con sé una responsabilità: se desideriamo essere riconosciute per competenza e autorevolezza, dobbiamo essere le prime a costruire una presenza che metta al centro il pensiero, l’esperienza e il valore professionale. Non si tratta di rinunciare alla propria femminilità, ma di evitare che l’aspetto diventi il messaggio principale.

Proprio per questo ho scelto di esserci e di espormi in modo consapevole. Credo che una visibilità fondata sulla sostanza possa contribuire a normalizzare la presenza femminile nei ruoli di leadership e a offrire modelli diversi da quelli stereotipati. Se anche solo una ragazza, leggendo i miei contenuti, pensa “forse posso farcela anch’io”, allora il tempo dedicato alla comunicazione assume un valore che va ben oltre il personal branding.