L’employee advocacy è adatto ad ogni azienda?

Photo credits:   @rawpixel

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Tre mesi fa ho scritto un post raccontando cos’è l’employee advocacy e qualche settimana dopo ho pubblicato un altro articolo raccontando i vantaggi che un’azienda può ottenere, se decide di intraprendere un percorso di employee advocacy.

Per chi non avesse letto i post, riassumo dicendo che si definisce employee advocacy il processo attraverso il quale si incoraggiano i dipendenti a diventare advocates, vale a dire rappresentanti e sostenitori della propria azienda, in particolar modo verso l’esterno (ma non solo).
Entrambi gli articoli sono stati molto discussi e hanno generato tante domande domande, a cui cercherò di rispondere qui:

L’employee advocacy è adatto a tutte le aziende?

Sì, non esistono “controindicazioni”.

È adatto per una start up o a una realtà di piccole dimensioni, perché spesso in queste situazioni i budget di comunicazione sono ridotti, e quindi raccontare le attività, ma anche i valori e le storie dell’azienda, attraverso le voci dei dipendenti aiuta a ottenere una visibilità altrimenti difficile da raggiungere.

L’employee advocacy è adatto per aziende di grandi dimensioni, perché raccontare il proprio brand anche attraverso le storie dei dipendenti accresce la credibilità dell’azienda, obiettivo difficile da ottenere semplicemente investendo grossi budget pubblicitari.

Ogni organizzazione, inoltre, indipendentemente dal settore, può portare avanti progetti di employee advocacy: in ogni mercato, infatti, non importa che sia B2B o B2C, le persone sono interessate a conoscere e approfondire il cosiddetto “dietro le quinte” e i dipendenti rappresentano una grande opportunità in tal senso.

L’employee advocacy non riguarda solo le aziende: ogni realtà che impiega delle persone, si tratti di un’azienda, di un’università, di un’associazione no profit piuttosto che di uno studio legale, ha la possibilità di portare avanti progetti che valorizzano i collaboratori, ad ogni livello. Non importa di cosa si occupi l’organizzazione, il pubblico è interessato al racconto e alle storie di altre persone, più che agli slogan e ai tradizionali messaggi pubblicitari.

E se i dipendenti non vogliono essere coinvolti?

L’employee advocacy non è un obbligo, bensì un’opportunità per le aziende, così come per i dipendenti. Funziona se la volontà da entrambe le parti di intraprendere questo percorso e se c’è autenticità in ciò che si condivide e si racconta.

Per questo motivo i programmi più riusciti prevedono il coinvolgimento volontario dei dipendenti; solo in questo modo è possibile ottenere messaggi autentici, credibili, e quindi accrescere la visibilità e la reputazione dell’organizzazione.

L’alternativa è una comunicazione personale che suona falsa tanto quanto la pubblicità classica, che è un po’ il risultato che ottengono quelle aziende che usano immagini di persone nelle loro campagne di ADV online o offline, spacciandole per dipendenti, salvo poi scoprire che questi individui non esistono e si tratta di immagini di repertorio…