Riflessioni sull'Instant Marketing

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Scrivevo in un post di qualche tempo fa che un brand è rilevante quando è presente “qui” e “adesso”, e citavo come esempio Oreo e  Arby’s. Instant marketing lo chiama qualcuno, e pare essere la moda del momento, come ha dimostrato ciò che è successo a seguito dell’episodio Suarez-Chiellini: i brand si sono sbizzarriti nel cercare il messaggio più accattivante per cavalcare uno degli episodi più chiacchierati del Mondiale, sperando che diventasse virale. E per alcuni di loro è davvero stato così (questa la gallery proposta dal Corriere).

Cosa penso dell’Instant Marketing? Beh, come succede per ogni moda nel momento in cui questa diventa mainstream, tutti ci si buttano, ma pochi sanno fare le cose per bene. E quanto più l’arena  è affollata di player (come credo succederà d’ora in poi), tanto più alto è il rischio che il messaggio non superi il rumore di fondo e quindi non venga notato. In altre parole, se sei Oreo al Superbowl 2013, unico brand a fare davvero Instant Marketing confezionando un tweet su misura per intrattenere il pubblico durante il blackout sei memorabile. Se invece sei uno dei 100 o 1000 brand che cerca di ripetere il successo di Oreo durante l’edizione 2014 del Superbowl, la visibilità e la viralità sono ovviamente più difficile da ottenere. Soprattutto se non c’è un evento eccezionale come il blackout a darti una mano.

Come farsi notare? Due i must da cui a mio avviso non si può prescindere: innanzitutto la creatività del messaggio, esattamente come accade per ogni pubblicità o attività di comunicazione che si rispetti. Se il tuo messaggio non è creativo, difficilmente verrà notato. E poi il cosiddetto just in time: proprio perché si chiama Instant Marketing, il messaggio deve essere immediato. Deve essere “qui” e “adesso”, non arrivare a distanza di qualche giorno, magari sulla scia di altre aziende; citando la mia amica Benedetta, che tra le 1000 cose che fa è anche il direttore creativo: “Lo possono fare bene solo i primi due; tutti gli altri rompono le scatole”.

Insomma, non è facile. O almeno non è così semplice come forse si è portati a credere. Ma di solito funziona proprio così: le cose ben fatte richiedono tempo e non sono mai facili. O sbaglio?

[Lo stimolo a scrivere questo post mi è arrivato da Paolo Pugni, che mi ha chiamato in causa qua. E io non mi sono lasciata scappare l’occasione… Se è per questo neanche Massimo Benedetti, queste le sue rilessioni].