Storie, storytelling e transmedia

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Qualche tempo fa ho scritto un post dal titolo “Marketing, oltre il prodotto c’è di più”, in cui ribadivo quanto fosse importante investire in attività di comunicazione.Comunicare è bello – scrivevo – e porta anche numerosi vantaggi.

Vorrei aggiungere qualcosa: Storytelling è una delle parole più usate (ed abusate) negli ultimi tempi; non è la panacea per tutti i mali, come purtroppo spesso lo si presenta, ma se ben pianificato e realizzato, può davvero fare la differenza, riuscendo a coinvolgere il consumatore in una relazione di lungo periodo -in gergo si chiama customer retention, cosa che tutte le aziende auspicano, ma per la quale fanno ancora troppo poco.

Per essere efficace,  per riuscire cioè a raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissi, lo storytelling deve integrarsi perfettamente nella strategia di marketing di un’azienda. Concetti come posizionamento e target devono essere  definiti a priori, altrimenti posso avere la storia più bella del mondo, col rischio però che venga sparata nel mucchio, cioè che non mi aiuti a definire chi sono e soprattutto che non giunga a destinazione del pubblico che vorrei raggiungere.

Circa una settimana fa ho avuto la fortuna di partecipare al convegno “Narrability”, organizzato dall’Osservatorio Italiano Storytelling, e ancora una volta mi sono resa conto di quanto lo storytelling si stia diffondendo anche in settori diversi da quello aziendale, per i quali credo valga comunque quanto detto sopra: devo avere innanzitutto ben chiaro a chi voglio raccontare la mia storia.

Per quanto riguarda la sottoscritta, sono un’appassionata di transmedia, ovvero dell’arte di raccontare storie utilizzando più di una piattaforma. Per chi non sapesse di cosa si tratta, consiglio questo articolo di Simon Staffans, uno dei maggiori esperti in materia (qui l’intervista che ho avuto il piacere di fargli io qualche anno fa). Perché proprio il transmedia? Perché è la tecnica che meglio risponde alle abitudini e al comportamento del pubblico di oggi, che si trova in una “posizione di forza” e può decidere che contenuto vuole consumare, in quale momento della sua giornata e su quale dispositivo (TV, smartphone, PC, etc).

Per questo motivo una sola storia, o meglio una storia narrata su una sola piattaforma, non basta più. Partendo sempre dal target che voglio raggiungere (consumer is the king – non dimenticate), vado a coinvolgere in maniera complementare tutti i media che permeano la sua vita quotidiana. E ogni punto di ingresso fornisce un punto di vista diverso sulla storia, arricchendola: è come se il nucleo originario si dividesse poi in tante piccole narrazioni, ciascuna dotata di vita propria. Il vantaggio? Continuare la relazione col pubblico in momenti differenti, sfruttando canali e messaggi diversi, col risultato di essere più pervasivi, riducendo allo stesso tempo il rischio noia da sovraesposizione.

Interessante, vero? In Italia le operazioni di transmedia storytelling si contano sulle dita di una mano, ma sono inevitabilmente destinate ad aumentare. Come in molte cose, arriviamo tardi, ma ci arriviamo.

Uno degli ultimi libri sull’argomento è questo, scritto da Nuno Bernardo, altro grande esperto sull'argomento:

transmedia 2.0

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